C'è un pranzo, in una trattoria affacciata su Monte Mario con vista mozzafiato su Roma, che racconta meglio di qualsiasi cronologia chi sia stato Gianfranco Angelucci per Federico Fellini. Il regista lo aveva portato lì senza spiegazioni, lasciandolo chiacchierare di cinema, di Broderick Crawford sempre un po' brillo sul set, degli scherzi tra attori durante le riprese de Il Bidone. Solo anni dopo, rivedendo il film restaurato per il Centenario, Angelucci si accorse che quel ristorante, Il Bagatto, come la prima carta degli arcani maggiori dei Tarocchi, era la stessa location di una scena del film, quella in cui il protagonista porta a pranzo la figlia ritrovata. Fellini non gli aveva detto nulla: gli aveva semplicemente mostrato, senza parole, come funziona la sincronicità junghiana che il regista amava leggere nella propria esistenza. "Questo era il suo solo modo di insegnare", avrebbe scritto Angelucci molti anni più tardi. È in aneddoti come questo, più che nei titoli e nei premi, che si misura la vicinanza tra i due uomini: un rapporto durato venticinque anni, nato non da un incarico professionale ma da un'affinità intellettuale che si consolidò negli spazi informali delle chiacchierate a due, quando ormai la fiducia reciproca permetteva le confidenze. Angelucci arriva a Fellini per la strada più naturale per uno storico dell'arte: la tesi di laurea. Discussa all'Università di Bologna, dedicata proprio all'opera del regista riminese, quella ricerca accademica diventa il primo ponte verso l'uomo. Fellini, si racconta, ne era già al corrente — sapeva quanto un film in particolare, Il Bidone, avesse toccato intimamente il giovane studioso, e non era certo sfuggito a un osservatore così attento alle persone. Da lì nasce una collaborazione che va ben oltre lo studio critico: nel 1987 Angelucci firma insieme a Fellini la sceneggiatura di Intervista, il film che valse al regista il Premio Speciale della Giuria a Cannes e il Primo Premio al Festival di Mosca — non più solo l'allievo che scrive di cinema, ma chi il cinema lo fa insieme al maestro. Dopo la scomparsa di Fellini, Angelucci non si allontana dalla sua eredità: ne diventa anzi il custode istituzionale, chiamato a dirigere la Fondazione Fellini. È un ruolo che prosegue naturalmente il lavoro fatto in vita col regista, e che negli anni si traduce in una produzione editoriale ampia e continua — da Federico F. a Segreti e bugie di Federico Fellini, da Giulietta Masina attrice e sposa di Federico Fellini fino al Glossario felliniano, cinquanta voci pensate per accompagnare il lettore dentro i film, la vita e la poetica dell'artista riminese. Il suo lavoro non si è mai fermato alla pagina scritta. Scrittore di narrativa, giornalista culturale, regista e docente d'accademia, Angelucci ha saputo portare la figura di Fellini anche fuori dai confini italiani: in occasione del Centenario della nascita del regista, il Ministero degli Affari Esteri, attraverso l'iniziativa Fare Cinema, gli ha commissionato una masterclass, sottotitolata e distribuita in tutti gli Istituti Italiani di Cultura, i Consolati e le Ambasciate nel mondo — un modo per rendere quella memoria personale, nata in una trattoria romana, patrimonio condiviso ben oltre i confini nazionali.
Regia: Federico Fellini. Sceneggiatura: Tonino Guerra, Federico Fellini. Fotografia: Giuseppe Rotunno. Musiche: Carlo Savina. Scenografia: Danilo Donati. Costumi: Rita Giacchero. Interpreti: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Nandino Orfei, Alvaro Vitali.
Produttori: Franco Cristaldi. Distribuzione: Cineteca di Bologna. Origine: Italia, 1973.
Vincitore del premio Oscar 1975 come miglior film straniero.
Un capolavoro assoluto del cinema che mescola memoria, farsa e malinconia in un affresco corale dell'Italia degli anni '30
Amarcord in dialetto romagnolo (il dialetto di Fellini) vuol dire "mi ricordo", e il regista ricorda gli anni della sua infanzia, gli anni Trenta, al suo paese.
Passano dunque i miti, i valori, il quotidiano di quel tempo: le parate fasciste, la scuola (con l'insegnante prosperosa che stuzzica i primi pensieri), la ragazza "che va con tutti", la prostituta sentimentale, la visita dell'emiro dalle cento mogli, lo zio perdigiorno che si fa mantenere, la Mille Miglia, i sogni ad occhi aperti, il papà antifascista che si fa riempire d'olio di ricino, il paese intero che in mare, sotto la luna, attende il passaggio del transatlantico Rex.
Fellini nel '76 era ancora in grado di incantare praticamente con niente, confezionando appunto il "niente" con colori, fantasia e sensazioni. Si giova dei soliti collaboratori, a cominciare da Nino Rota sempre importantissimo nell'economia del cinema felliniano.
Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale: questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta è il sindaco, o il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione. Non si può combattere il fascismo senza identificarlo con la nostra parte stupida, meschina, velleitaria; una parte che non ha partito politico, della quale dovremmo vergognarci, e che a respingerla non basta dire: io milito in un partito antifascista. Perché quella parte sta dentro ciascuno di noi, e ad essa già una volta il ‘fascismo’ ha dato voce, autorità, credito.
(Federico Fellini)
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